Biografia

Alle origini del logo

Sono un “ragazzo degli anni Sessanta”, uno di quelli che questa società definisce “boomer”, cioè nati negli anni del boom economico, avvenuto dopo la ricostruzione post bellica, in seguito agli aiuti americani del piano Marshall.
Negli anni Ottanta, quelli della “Milano da bere”, delle tv private di Berlusconi, del “Made in Italy”, quelli della Thatcher, di Reagan, del riflusso, dello sfrenato consumismo, quelli del ritorno all’ordine, dopo i cosiddetti disordini dei decenni precedenti, avevo circa vent’anni e sfogavo la mia ribellione ascoltando la musica punk e andando ai concerti rock.
In quegli anni, specie in una città di provincia come la mia, Alessandria, i negozi di abbigliamento, sempre più numerosi, esponevano nelle loro vetrine abiti e accessori rigorosamente attinenti ai dettami della moda e le cosiddette “griffe” la facevano da incontrastate dominatrici della scena. Tutto era griffato e i prestigiosi marchi del “Made in Italy” nascevano come funghi in un mercato che “tirava” e pareva essere in grado di soddisfare ogni tipo di domanda, senza soluzione di continuità. I marchi erano ovunque: dall’abbigliamento ai dischi, alle motociclette, ogni prodotto oggetto di desiderio aveva il proprio marchio.
Probabilmente a quell’epoca, inconsciamente, volevo anch’io creare il mio marchio e farmi conoscere attraverso di esso al mondo intero.
Quando iniziai alcuni anni dopo, trasferitomi a Roma, la mia avventura artistica, all’attrazione per il segno grafico, si aggiunse la seduzione per la materia. I punti di riferimento per la mia ricerca erano, da una parte, le opere dell’arte povera, che negli anni passati avevo avuto modo di vedere e rivedere al museo di Rivoli, e, dall’altra, le opere dei nuovi artisti americani, i cosiddetti “Neo Geo” (conosciuti nelle riviste del settore), che utilizzavano materiali assolutamente contemporanei come il plexiglass, l’alluminio, la finta pelle, gli smalti industriali ed il neon, elemento caratterizzante anche molte opere dell’arte povera.
Frutto di questa ricerca furono le mie prime opere: le “light box”. Le sigle elaborate graficamente, come se fossero scavate nel materiale che ricopriva il manufatto, erano illuminate dalla luce al neon che traspariva dalla lastra di plexiglass sottostante, in un messaggio tautologico, che metteva in relazione, operando uno scarto mentale, i due elementi oggetto della ricerca.
Ben presto queste ricerche, che legavano l’aspetto grafico con quello materico, lasciarono il campo alla decisione di concentrare tutto il mio lavoro su un unico segno grafico.
Forse volevo anch’io, come i famosi stilisti del “miracolo del Made in Italy”, crearmi il mio segno, il mio logo, che caratterizzasse tutta la mia futura produzione. Occorreva quindi sceglierne uno, tra i vari studi e le opere che avevo realizzato, e portarlo avanti concentrandomi solo ed esclusivamente su quell’unico segno.
Tra le varie scatole luminose che avevo prodotto, l’unica che non cercasse una relazione certa tra il materiale e la sua sigla era quella che, partendo dalla sigla OK, creava un nuovo ideogramma, ottenuto dal ribaltamento della sigla sull’altro lato e duplicando il risultato ottenuto ruotato di novanta gradi. Il risultato finale erano quattro ovali, ognuno posto ai lati di un quadrato, all’interno del quale era iscritto un rombo.
Il nuovo ideogramma era il mio logo, il logo OK.
Se volevo indagare il contemporaneo e parlare della nostra società, attraverso il fare artistico, non vi era nulla di più contemporaneo e cogente di quella locuzione, che raccoglieva in due semplici lettere l’essenza del sistema occidentale. Locuzione propalata centinaia di migliaia di volte in tutte le salse dai mezzi d’informazione e dal cinema americano, che imperversava nelle sale, e ripetuta dalle nostre bocche altrettante centinaia di migliaia di volte ogni giorno.
Iniziai ad utilizzare il logo come un vero e proprio timbro, da apporre su ogni tipo di materiale oggetto della mia attenzione, e cominciai a collezionarne porzioni.
Le opere che ne seguirono si chiamavano i “Terra – Terra”: su ogni porzione di materiale, tagliato in una forma quadrata, con determinate specifiche dimensioni, veniva stampato in serigrafia un quarto del logo, quindi quattro materiali, con i loro differenti spessori, accostati l’uno all’altro a formare un quadrato più grande, ne determinavano uno intero. Con questo metodo di assemblaggio si potevano costruire pareti enormi costituite dai più disparati materiali, tutti rigorosamente “logati” come una sorta di sterminato catalogo merceologico del mondo occidentale e globale.
Questo tipo di operazione, già all’epoca, anche se sicuramente in maniera meno consapevole, non aveva un atteggiamento neutro di accettazione dello stato delle cose e men che meno di una partecipazione entusiastica a una società sempre più basata sul possesso e sulla spietata legge della concorrenza, che stavo provando sulla mia pelle in quegli anni, dove, come scriveva Erich Fromm nel suo famoso saggio, l’avere prevaleva nettamente, fino a schiacciare l’essere.
Il logo, così, declinato in maniera problematica, frazionato, tagliato o in parte nascosto, diventa sempre più uno strumento per indagare il contemporaneo, sia da un punto di vista prettamente artistico, dato come griglia di partenza, come sottostante per indagare attraverso la sua costrizione formale le varie espressioni ed i mezzi del fare arte, sia come strumento intellettuale e sociale, che con il fare arte indaga sé stesso e la veridicità del suo messaggio. Il logo OK non diventa mai marchio, creato ad hoc per pubblicizzare e vendere un determinato prodotto specifico, come le griffe conosciute nella mia giovinezza, ma rimane logo, segno astratto, strumento da utilizzare in ogni circostanza ed in grado di reinventarsi e mettersi in discussione ogni volta.
Sono ormai più di trent’anni che utilizzo questo logo come strumento privilegiato, ma non esclusivo, per portare avanti la mia indagine sul contemporaneo.

Massimo Orsi